Visualizzazione post con etichetta Bowlby. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bowlby. Mostra tutti i post

mercoledì 14 marzo 2012

Prima le donne o i bambini? Mamma secchiona studia Badinter

Dalla gravidanza in poi ho letto molto, libri e Internet, e ho molto commentato in rete. Mi facevo tutte quelle domande: dove partorire? il dolore ha una funzione? saprò sopportarlo? l'epidurale fa male? come andrà l'allattamento? quanto a lungo allattare? dove è meglio far dormire mia figlia? Che ne sarà della mia individualità? E del lavoro? eccetera. Ho cercato risposte, non mi sono accontentata delle prime che arrivavano. Poi mi sono fatta una mia idea. Un'idea in fondo assai semplice. Che maternità e femminismo sono temi strettamente legati (e non perché ogni donna debba essere madre) e che oggi, nonostante i disastri, per la prima volta nella storia le madri hanno l'occasione, se vogliono, di rivendicare una maternità vissuta con pienezza e al tempo stesso i diritti sociali, politici ed economici per assicurarsela senza dover rinunciare alla propria realizzazione professionale. In pratica, la conciliazione. Non ho detto, attenzione, che oggi noi madri possiamo aspirare alla conciliazione: è quasi impossibile in tempi di crisi economica, venti liberisti, economie emergenti senza tutele del lavoro, smantellamento del nostro welfare.

Dico però che la cultura nella quale siamo immerse, la disponibilità dell'informazione e del confronto, possono portarci a un maggior grado diffuso di consapevolezza sull'importanza di temi diversi. Per esempio delle tematiche pedagogiche, e dunque sul valore di offrire ai figli una qualità e una quantità di presenza e attenzioni che le generazioni passate credevano superflue. E ancora, dell'ecologia, che ci spinge a ridurre e riformulare i consumi. Della salute sessuale e riproduttiva delle donne, delle politiche sanitarie e non a essa legata, di quanto conti in questo amibito un approccio rigoroso ma interdisciplinare che consideri corpo, psiche ed etica. Del femminismo, che non smette di essere attuale in un mondo dove le donne sono ancora un gruppo umano terribilmente discriminato dall'altro gruppo umano, quello degli uomini, e non solo con l'uso della violenza o col vilipendio dell'immagine che sono i modi più denunciati, ma soprattutto in termini di diritti e di accesso all'indipendenza economica e dunque, in termini di dignità.

La consapevolezza organica a cui oggi abbiamo accesso può essere frustrante, perché alla prova dei fatti molte madri (più che mai in Italia) si troveranno più o meno costrette a scegliere tra famiglia e lavoro, e questo indipendentemente dal modello di maternità a cui si sentono più vicine. Però non possiamo nemmeno ignorare che esista. Ed è da qui che dobbiamo partire per sognare, per lottare e per costruire un mondo migliore anche per le madri. Concentrarsi su un solo aspetto significa fossilizzarsi in logiche manichee e lobbistiche e non ci farebbe procedere di un millimetro.

Badinter Elizabeth è la sovrana di questa visione dualistica che mi fa impazzire e che è da abbattere: madri totali o madri indipendenti. Niente vie di mezzo. Una madre che promuove l'allattamento o è santa o è talebana, mentre una madre che si serve del biberon è egualitarista o snaturata. Vengono prima le donne o prima i bambini? E' una guerra. Ci sta fiorendo su una letteratura sterminata e forme anticonvenzionali ma striscianti di militanza politica di un segno e dell'altro. Al capolinea delle mie letture, ho deciso di applicare le 3 R - Riparo, riciclo e riuso anche alla bulimia bibliofila e all'ansia di ottenere un "sufficientemente buono" all'esame di madre. Ci ho fatto una tesina universitaria per uno dei miei ultimi esami, storia della psicologia. La professoressa si è complimentata, ma si è tenuta la lode. Sarà perché lei è di quelle che danno ragione a Elizabeth Badinter...

Pubblico qui il primo paragrafo e gli ultimi due - sintesi della questione posta dalla filosofa, cenni aggiornati alle scienze sociali e le mie personalissime conclusioni. Nel mezzo c'è quello che avete già letto ovunque: attachment parenting o farsi i polmoni, lettone o Estivill, dolore o orgasmo, casa o ospedale, casa o nido, fasce o carrozzine, natura o cultura, biberon, psicoanalisi o psicologia umanistica, donna o mamma, tacco o tetta e latte latte latte, fiumi di latte, la Scienza che è santa quando dice quel che penso io e che è compromessa e arida quando dice quel che vogliono gli altri. Essendo roba nota e arcinota, tralascio. Ma chi vuole può chiedermi la versione integrale, la mando volentieri.

Questo post partecipa al blogstorming


martedì 3 gennaio 2012

Tutto sulla madre e libri che feriscono l'anima

Questo post è un breve aggiornamento di quello precedente. Sto proseguendo la lettura del libro della Gianini Belotti, che la scorsa settimana avevo letto solo a macchia di leopardo.

E' davvero un testo crudelmente straordinario per molti aspetti. Non solo per l'attualità e l'onestà intellettuale delle riflessioni, articolate in modo mai semplicistico e spesso anche autocritico tra un paragrafo e l'altro. E' interessante anche il modo in cui si propongono questioni effettivamente ormai datate (e occorre fare attenzione a riconoscerle) o temi sui quali non sono sufficientemente informata e che tendo a mettere a distanza, perché li riconosco come terribilmente, dolorosamente controversi.

La vasta e spietata teoria psicologica sul ruolo materno, tanto per fare un esempio, sempre in buona fede che sia portatrice di una tesi o di quella opposta, ma mai abbastanza consapevole del suo potere di ricattare le madri. Se è facile, nel libro della Belotti, riconoscere gli attori di strumentalizzazioni politiche ed ideologiche (i pediatri e la classe medica in generale, le case produttrici di latte artificiale e tutti i potentati di una società tendenzialmente maschilista, che piega al suo interesse qualsiasi movimento culturale, anche quelli nati nel segno dell'emancipazione femminile), è impossibile non riconoscere l'ambivalenza delle teorie psicologiche e perfino di quelle scientifiche nei confronti della 'libertà' della donna.

In un capitolo molto duro, la Belotti distrugge non tanto Bowlby quanto l'uso scientificamente improprio e ideologico che a suo parere se ne è fatto a partire dall'immediato dopoguerra, per respingere le donne a casa.

Nel capitolo sull'allattamento invece, l'autrice si può dire che non risparmi nessuno: né i sostenitori dell'allattamento materno né quelli dell'allattamento artificiale, dato che bacchetta i primi contestando gli argomenti del naturalismo, e i secondi evidenziando gli interessi tra potere pediatrico e farmaceutico. Difficile, da lettrice, non diventare paranoica.

La teoria della Belotti, allieva della Montessori e perciò legata a una pedagogia che che fa della bontà dell'istituzione il suo fiore all'occhiello (quanto inorridirebbe oggi davanti al concetto di homeschooling, senza sapere, forse, che gli stessi homeschoolers si rifanno in parte anche a pratiche montessoriane?), è che l'attaccamento positivo non si produce con la sola madre (e non ha fondamento biologico), ma anche con una molteplicità di figure di accudimento, e che è anzi meglio crescere accuditi da diverse persone come nelle culture tradizionali (vedi gli studi antropologici di Margaret Mead) o come al nido, che dalla sola madre o comunque da una persona sola.

Questo è un punto in cui il libro rivela la sua età e il dibattito mi appare un po' datato rispetto a quanto si legge più di recente, se non altro perché manca qualsiasi riferimento all'età del bambino - o meglio, pare scontato che la socialità di un bimbo di due mesi sia identica a quella di un bimbo di undici - e al solito, insistere nell'assumere un atteggiamento difensivo nei confronti di una teoria porta quasi automaticamente a diventare aggressivi proponendo la teoria opposta.

Infatti, conclusa la lettura, dopo due giorni di groppo in gola, ho realizzato di sentirmi in colpa perché non ho ancora inserito al nido mia figlia di 5 mesi, non sono tornata a essere economicamente produttiva, forse la sto soffocando tradendo le mie aspirazioni per pigrizia e scaricando tutto il peso economico sul papà e sulla mia famiglia di origine, e magari lo sto facendo nel totale fraintendimento dei suoi veri bisogni e solo perché proietto su di lei la mia insoddisfazione verso mia madre, quando in fin dei conti i miei problemi e le mie frustrazioni non sono colpa sua -  di mia madre - ma solo mia...

Spero si sia capito lo scopo di questo piccolo cameo autobiografico. Non c'è niente da fare, perfino un libro scritto tutto con la passione e l'intenzione di mostrare come tutta la società marci sul senso di colpa materno, non fa altro in fin dei conti che produrre a sua volta del senso di colpa materno!